lunedì 29 aprile 2013

La resa dei conti


Perde ancora l’Inter. Perde per la tredicesima volta. Il motivo è sempre lo stesso: se regge Handanovic portiamo a casa la pelle dell’orso, altrimenti si soccombe più o meno rovinosamente. E visto che stiamo pur sempre parlando di uno in carne e ossa e non di un’enorme lastra in plexiglass, purtroppo bisogna mettere in conto che avere la botte piena, la moglie ubriaca e magari con il cane che canta è umanamente impossibile.

Disperatamente aggrappati a Samir che una vox populi sempre più insistente, vuole in partenza per Barcellona. Dove troverebbe a aspettarlo una compagine che seppur in declino è ancora di altissimo livello e la possibilità di disputare la Champions League. Personalmente mi oppongo ferocemente alla sua cessione, in prima analisi visto che sono rari quelli dei nostri che si presentano in ritiro in condizioni fisiche accettabili. Poi perché invece di angustiarci con interviste banali e scontate, lavora duro. Infine ritengo sia uno dei pochi attualmente in rosa a essere dotato di una notevole dose di attributi.

Purtroppo oggi il nostro portiere non riesce a tenerci a lungo in partita. Dopo dieci minuti capitola su conclusione di Ilicic, propiziata da una vaccata abnorme di Silvestre. Dal punto di vista agonistico si può tranquillamente affermare che l’incontro finisce lì, i successivi minuti rappresentano l’ennesima dilatazione di un’agonia senza fine, l’allegoria perfetta dell’accanimento terapeutico.

In tanti anni di stadio e di tifo militante, giuro che non ricordo una squadra più scombinata di quella che sto sopportando durante questa stagione. Non si venga a tirare in ballo per esempio la formazione che vinse la Coppa Uefa nel 1994 con Malik in panca e che al contempo rischiò la retrocessione, perché in quel periodo il nostro campionato era frequentato dai più forti giocatori al mondo, mentre ora quelli che spaccano in due il match ci snobbano e calcano altri palcoscenici.

E siccome il destino fa fuoco con la legna che c’è, succede che nei minuti successivi al vantaggio dei rosanero Zanetti mentre sta per crossare, si sfiora la gamba, le sue mani vanno subito al volto per celare il dolore e chiede in maniera repentina il cambio. Si intuisce all’istante che è un grosso casino. La diagnosi successiva in effetti è impietosa: rottura del tendine d’Achille. Cioè se non è carriera finita per il capitano, poco ci manca.

Durante i primi giorni del nuovo anno avevo espresso, in tempi non sospetti, il mio giudizio in merito alla nostra vecchia guardia … http://effeciiemme.blogspot.it/2013/01/i-tormenti-della-decadenza.html?spref=fb . Esiste un tempo per l’affermazione del proprio talento e ne esiste un altro per consegnarsi ai ricordi e lasciare spazio al nuovo che avanza. Pensavo che il momento perfetto per lui e altri eroi di Madrid sarebbe coinciso con l’estate 2011, dopo la vittoria del Mondiale per Club, avrebbero lasciato alla grandissima. 




Sarebbe stata una scelta impeccabile quella di congedarsi dai propri tifosi al culmine della carriera, visto che da quel momento in poi, la stessa poteva essere declinarsi solo in fase discendente. Viceversa tenendo fede alla proverbiale testardaggine argentina (se c’è un popolo al mondo, cocciuto fino all’inverosimile è proprio  quello albiceleste), hanno deciso tutti di proseguire.

Allora avanti con le fasce commemorative per i record presenze, avanti con un presidente che parla di mediana spettacolosa a proposito del tractor e del cuchu, alimentando la retorica degli intoccabili nemmeno fossimo nella Romania di Ceausescu, avanti con gli asados che chiedono e ottengono vacanze natalizie lunghissime. Però come rovescio della medaglia avanti anche con un bilancio che sembra quello delle ferrovie dello stato, avanti con prestazioni sempre più deludenti, avanti con un San Siro sempre più vuoto, con i tifosi sempre più prosciugati e disamorati.

L’andazzo prosegue fino a questo pomeriggio in cui è la sorte a determinare quello che altri avrebbero potuto e dovuto decidere per tempo: questa situazione doveva avere un termine. Spiace sia stata  una conclusione malinconica, quando al contrario poteva essere memorabile. Molti parlano di sfortuna. Io invece dopo aver dato un’occhiata alla sterminata lista stagionale degli infortuni al fato cinico e baro non credo assolutamente.

La verità nuda e cruda è che siamo semplicemente arrivati alla resa dei conti. Prima o poi quello che si semina si raccoglie nel calcio come nella vita. Sono stati commessi troppi errori, troppo spesso l’egoismo ha prevalso sul bene per i colori. Ora è comodo nascondersi dietro al tutti colpevoli nessun colpevole. Mentre Herrera negli anni ’60 appendeva negli spogliatoi cartelli con impressi slogan che valevano e valgono più di tante parole. Per questo è andata così, perché così doveva finire, capitano compreso.