lunedì 22 luglio 2013

OldStyle88

Qualche mese fa, avevo riportato degli appunti di viaggio, in cui raccontavo esperienze realmente vissute da me nel corso degli anni. Fortuna che sono solo una parte, fortuna che ce ne sono state molte altre che mi porto dentro, belle e brutte. Ma si sa, anche quelle brutte fanno parte delle regole del gioco. 

Quando parlavo di Chelsea ad esempio, non avrei mai potuto fare quell'incontro se avessi desistito dal prendere l'aereo quel giorno, nel primo pomeriggio, perché in realtà sono rimasto addormentato e quello che effettivamente avrei dovuto prendere, l'avevo stra-perso. Capita, comunque ci sono andato lo stesso, prenotando il primo volo utile per non perdere la partita. 

Quando parlavo di Norimberga ho menzionato un amico, grande compagno di avventure e tifoso nerazzurro d.o.c., che a dispetto della giovane età (35 anni), è abbonato a San Siro dal '92, e sebbene il suo settore non sia mai coinciso con il mio, frequenta lo stadio dagli anni del dopo Orrico.

Poi dieci anni fa si è trasferito in Germania, affermandosi nel suo lavoro grazie alla perseveranza nello sfruttare sue qualità, ma non ha smesso di venire allo stadio, anche se con una frequenza inferiore a un tempo. Anche se ci siamo complicati spesso la vita.

Una squadra di calcio, un'attività, una persona. “gioca” le sue partite come meglio crede, valorizzando con la tattica i propri punti di forza. Proprio per questo non c'è un modo solo per arrivare a un risultato. Si sceglie la strada da seguire, con coerenza, destinando le giuste risorse che non devono obbligatoriamente essere illimitate, ma giuste.

Nonostante le sue visite in Italia siano frequenti e quindi la distanza non ha interrotto o logorato la nostra amicizia, ho voluto girare a lui una domanda che mi ero già posto in precedenza, lasciando poi alla sua voce autorevole, essendo lui “del posto” e avendo toccato con mano la situazione organizzativa del calcio tedesco.

Come mai in Italia succedono cose così grottesche come quelle capitate a me e al mio amico sabato scorso, e in Germania il calcio segna in ogni stadio dei numeri da capogiro?

Lascio a lui la parola:
“A parte il Bayern Monaco che è la squadra più ricca di Germania e che quindi è sempre stata una pecora nera rispetto alle altre, dopo i mondiali di Italia ‘90 ci fu un calo del gioco a livello qualitativo, e dei calciatori.

Volendo aprire una parentesi riguardante il Bayern, la sua ricchezza e i suoi bilanci perfetti non hanno mai indotto la società a fare follie continue a livello economico, e il modello del club non è mai cambiato, nemmeno dopo le Coppe dei Campioni perse negli ultimi anni.

Dalla terribile notte della rimonta del Manchester United nei minuti di recupero, alla sconfitta con l'Inter di Mourinho, alla bruciante partita con il Chelsea in casa; tre finali perse contro le due vinte contro Valencia e Borussia Dortmund, che non hanno minimamente cambiato la politica del club.

Chiusa questa parentesi, la Germania campione del mondo in Italia poteva contare su una nazionale stratosferica: i tre panzer nerazzurri, il gigante juventino Kholer in difesa, i romanisti Hassler, Berthold e Voeller, il portierone Ilgner, e altri giocatori che hanno costituito per molti anni un esempio di qualità e affidabilità. Poi è stato deciso di investire in altro.




Mentre in Italia si spendevano cifre da capogiro per far si che campioni a livello mondiale venissero a giocare nel nostro paese, in Germania si è puntato sulle infrastrutture e sulla qualità del rapporto con i tifosi. Poco importa se la Germania poi è stata criticata o comunque oggetto di riflessioni negative negli anni a seguire, sui risultati scarsi ottenuti in campo dai rispettivi club. Per loro quello che conta è che la gente si diverta e sia contenta di ciò che va a vedere.

Ovviamente non parliamo solo di spettacolo durante i novanta minuti della partita, ma del “sette giorni su sette” in cui l'acquisto dei prodotti del club sia sostenibile, e il rapporto puramente commerciale circa la facilità e il trattamento riservato in termini di marketing sia più importante quasi dei risultati in campo.

Non ci allontaniamo molto dall'esempio del panettiere che ha una clientela fissa che premia con qualche sconto o con qualche nuovo prodotto da forno da assaggiare in omaggio. Ovviamente viene privilegiato chi ti fa guadagnare e la pretesa di avere un pubblico numeroso, stadi pieni, situazioni economiche ottimali, è realizzabile con una cura importante dello stesso bacino d'utenza.

Poi certo, i giocatori, il campo, il settore giovanile, sono tutti aspetti importanti resi obbligati da una gestione oculata, sempre nell'ottica di fornire un calcio che fosse bello per la gente e non universalmente.

Ricordiamoci che la Germania aveva quasi fermato l'industria calcio perseguendo questo progetto, non curante della perdita di un posto in Champions, e nemmeno dei magri risultati che ricordiamo essere quasi nulli a parte il Bayern Monaco, una finale di UEFA che ricordiamo bene noi interisti vinta dallo Schalke, e una finale di Champions persa dal Bayern Leverkusen contro il Real Madrid.

I prezzi bassi, la burocrazia assente per avere un biglietto, il rispetto della voglia di vivere la partita in modo diverso con esigenze diverse, fanno si che il divertimento sia assicurato all'esterno del campo e sia superiore alla partita stessa.

L'accoppiata con aziende tedesche tipo Schalke-Veltnis (una marca di birra), Stoccarda-Mercedes Benz (automobili), Bayern Monaco- Allianz (prodotti finanziari) ha fatto si che un miglioramento anche economico sia stato reso possibile in patria, senza partner stranieri discutibili. Ma la priorità è stata quella di accontentare la gente e lavorare per loro, per un risultato che sia gradito al pubblico a livello generale e non circoscritto a una sconfitta o a una vittoria”.

Conoscevo buona parte del suo discorso, ma ho voluto chiederlo per dare a voi un quadro di chi vive quella realtà e non una possibile invenzione di un italiano troppo saccente. Io per esempio vivo queste cose come un tedesco, intendo che il campo non influenza minimamente il fatto che so già che tra dieci anni sarò ancora al mio posto, sia con una squadra di invincibili, sia invece con una di scarsi.

Lo faccio perché la maglia va sempre seguita, perché un tifoso è tifoso sempre, perché un legame è inscindibile con un qualcosa che comunque ha dato tanto in termini di amicizie, di conoscenze, di crescita.

E poi diciamoci la verità; anche se sono passati molti anni dalla mia prima partita (da abbonato 1996, da tifoso occasionale 1991), mi diverte ancora l'atmosfera, il Campari con gli amici, trovare gli altri ragazzi e stare tutti insieme. Allora perché non possono aggiungersi altre compagnie di persone appassionate?

160 euro sono un prezzo così esorbitante per 19 partite di campionato, da non poter assolutamente permettersi di poterlo acquistare (e ovviamente non con tutto il rispetto per chi davvero non può farlo)? Oppure questo “divertimento” viene precluso da una qualità organizzativa scadente?

Ora che gli orari delle partite sono dei più disparati (e mi permetto di dire anche che domenica alle tre del pomeriggio era il top del romanticismo, ma spesso partite e soprattutto trasferte a orari considerati “strani” hanno permesso la presenza senza chiedere ferie e peripezie particolari) è davvero possibile per moltissimi sottoscrivere un abbonamento che di fatto ti viene ripagato con cinque partite viste, partiamo dal presupposto dei big match! Quindi la distanza, con il miglioramento dei trasporti è un problema minore.

Voli, treni a basso costo e super veloci (TreniItalia permettendo) consentono la presenza a più gente. Se con l'Hajduk lo scorso anno, ad agosto, eravamo in 45.000, ho ragione di pensare che uno stadio possa essere riempito spesso e volentieri indipendentemente dall'aspetto calcistico, che comunque ha la sua importanza.


Sveglia società Inter, se sei un bocconcino appetitoso per uomini di affari, è solo perchè sei tu a permetterlo.