martedì 29 aprile 2014

Niente è come sembra

Stavolta parto da un antefatto. Riguarda Inter-Bologna. Al solito gruppo di amici con l'occasione si uniscono a noi altre persone. Tra loro c'è anche un ragazzino di dodici anni, simpaticissimo di origine giamaicana, quindi non propriamente di razza caucasica. 

Nonostante questo a dispetto delle urban legends andiamo al Baretto. Noto luogo di perdizione dove la vulgata popolare tramanda la storiella   che si tratti di posto frequentato da personaggi solitamente inquietanti e di cui diffidare. Invece noi sprezzanti del pericolo (???) beviamo, mangiamo ci raccontiamo cazzate come al solito. E se devo essere sincera, mentre sostiamo lì, non ho avvertito alcuna ostilità nei confronti del giovanotto in questione. 

Poi la solita trafila per accedere al primo verde, cioè si mostra tessera, si va al tornello e via dicendo. Infine si salgono le scale e siamo lì. A quel punto succede qualcosa di molto italiano secondo me, nel senso peggiore della accezione. Per farla breve mi sento gli occhi addosso della maggior parte dei presenti. Avverto quasi il calore di una certa riprovazione, alla maniera fossimo stati colpiti da tanti impercettibili puntatori laser. 



Perché in teoria sono tutti santi e tutti politically correct, poi nei fatti la tolleranza e al contrario il pregiudizio più bieco e ignorante lo ritrovi dove meno te lo aspetti. L'ipocrisia della brava gente che ultras non è, ma se però incrocia uno dal colore di pelle non conforme, proprio non riesce a tenere nascosto tutto il suo squallore. 

Ho sempre pensato che le parole alla fin fine se le porta il vento. Poi sono gli atteggiamenti veri e propri a determinare la realtà. Come in questo caso niente è come sembra. E a tutti i benpensanti non mi resta che rivolgere un'ultima considerazione. 

Quando vi riempite la bocca con le solite scontate levate di scudi contro i cori della Curva Nord nei confronti dei napoletani, visto che ho letto stamattina amenità del tipo: Ha fatto bene Tosel, o la Nord è peggio di lui. Dunque quando esternate certe boiate, però pensate alla vostra reazione nel momento in cui vi può capitare di incrociare un altro ragazzo che conosco originario della terra di Albione, grande, grosso e nero. 

Ecco io quando lo becco allo stadio, per me è un piacere si ride e si scherza e resta uno simpatissimo e basta. Mentre voi magari se vi capita di intercettarlo per strada o cambiate marciapiede o girate la vostra bella faccina dall'altra parte. Ipocrisia portami via, vi scongiuro siete pregati di fare e dire altro nella vita, ma il calcio e lo stadio non sono per voi, siete impossibilitati e inadatti.


P.S. Certo che in un paese dove ergastolani in permesso premio se la danno a gambe e dove stupratori e pedofili stanno comodamente ai domiciliari, fare dei cori di sfottò ultras un discorso di emergenza sociale mi sembra un'assurdità senza paragoni.  E' la solita storia della pagliuzza e della trave. Infine la mancanza di acriticità e di accettazione di qualunque provvidemento mi fa capire ulteriormente perché ci ritroviamo i politici che ci ritroviamo e perché l'Italia sta andando sempre più in rovina.

lunedì 28 aprile 2014

OldStyle88

Leggere apre la mente” diceva lo striscione di presentazione alla coreografia di Inter Napoli. Quindi per aprire la mente bisogna leggere. Il problema è che spesso non si è capaci di farlo. Intelligenza e cultura sono due cose che non sempre vanno di pari passo.

Uno può essere intelligente e non acculturato, o acculturato ma non intelligente. Spesso ripensando alla scuola, ci ricordiamo di chi raggiungeva ottimi risultati stando sui libri davvero poco (grazie a una capacità di apprendimento veloce, ma non solo) e di chi passava ore sui libri per un misero “sei”.

Così di frequente questi ultimi erano più informati, ma non per questo erano più svelti di pensiero. La cultura dovrebbe servire a plasmare l'intelletto e l'intelletto a ampliare la cultura, eppure sovente i due aspetti viaggiano a compartimenti stagni.



L'ultimo esempio lo ha gentilmente fornito Beppe Severgnini. Tifoso interista, molto noto per la cronaca, che si è prontamente allineato al moralismo e al finto perbenismo regnante in Italia in merito al discorso del tifo. In un tweet si domandava come mai i ragazzi che fanno le coreografie in modo così spettacolare lanciano poi cori così scemi come quelli che poi credo sicuramente ci obbligheranno a due turni di squalifica della Nord. A dimostrazione di come una persona senza dubbio in possesso di informazioni inportanti, comunque non riesca a sottrarsi dalla retorica più banale.


I ragazzi con i quali condivido questo ideale di stadio e di tifo, sono diversi per molti aspetti l'uno dall'altro e proprio oggi scrivevo a uno che non vedo da qualche partita per sincerarmi se fosse tutto in quadro. Come sospettavo, la crisi che colpisce tutti costringe ad accettare senza riserve dei lavori che impongono logicamente orari poco flessibili ma permettono di guadagnare quei soldi che la persona in questione in buona parte spenderà per l'abbonamento e per le trasferte che come sempre nessuno ci invidierà fare.

Il loro ingegno e la loro passione portano poi a risultati scenici come quelli proposti, e oltretutto hanno una qualità ormai rara: la coerenza, nel mettere al primo posto la battaglia contro la libertà e la finta morale di un qualcosa che non esiste.

Fare quei cori era secondo me un qualcosa di obbligato. Non farli sarebbe stato come riconoscere un qualcosa che non è e darla vinta a chi ha inventato tutto questo teatro servendo su un piatto d'argento un'ammissione di colpevolezza per una non colpa.

Bastava leggere le parole contenute nel telo aperto sul primo anello, il quale conteneva parole scritte da John King non proprio uno degli ultimi autori ingesi, anzi. Sarebbe bastato questo per capire che ciò che le persone chiedono è quello di non addossare le colpe di un catastrofico fallimento a dei ragazzi che allo stadio si divertono, forse con qualche eccesso. Però di certo non sono la causa di tutti i mali, al contrario sono coloro che ancora permettono che la media presenza di ogni singolo stadio non crolli sotto limiti che li porterebbero a una partita di calcio dilettantistico.


Il calcio sta sprofondando, e forse qualcuno mi chiederà: bravo, tu parli ma cosa faresti per farlo nuovamente tornare a livelli migliori? Per motivi di spazio.... vi rimando alla prossima volta per ulteriori motivi di riflessione... 

mercoledì 9 aprile 2014

OldStyle88



Il giorno prima di Inter Udinese ho deciso di andare a trovare il mio amico italiano residente a Francoforte, e approfittare della visita per andare a vedere la partita di Bundesliga Eintracht Francoforte-Borussia Moenchengladbach. In quel momento parliamo di una squadra, quella di casa, che navigava in medio-bassa classifica, contro una che era impegnata a centrare un posto in Champions League.

Dopo le dichiarazioni rilasciate dai nostri luminari che si occupano di politica e di calcio rilasciate in materia di stadi e calcio, devo di sicuro dire la mia anche se mi scoccia annoiarvi e ripetermi.

Premetto che i biglietti sono stati ricevuti dal mio amico per posta il giorno dopo la prenotazione via internet, e che costavano 43 euro l’uno per un posto equivalente al secondo anello arancio di Milano. Quindi ci siamo diretti allo stadio con la metro e abbiamo dovuto fare una bella camminata prima di vedere lo stadio.


Pertanto coloro che asseriscono che la distanza tra Lotto-San Siro sia enorme e scomoda, anche se i lavori per la nuova fermata vicino San Siro sono già avanzati, dovrebbero provare quella passeggiata sfiancante ma accompagnata da 
un fiume di gente!



Come in Italia, diciamo la verità, non ci sono pazzi che accoltellano tutto ciò che si muove e ha un colore diverso da quello che difendiamo; sarebbe un bugiardo chi sostiene che un tifoso della squadra X non possa girare con i suoi colori, nonostante un minimo di accortezza sia sempre  cosa buona e giusta. Tifosi di entrambe le squadre si dirigevano allo stadio senza problemi.

Questo impianto che per me è un Meazza senza terzo anello ospitava per il match 48.000 spettatori, e onestamente se vogliamo parlare di qualità di gioco sarebbe più avvincente vedere Puteolana Ospitaletto.

Tecnicamente molto bassa nel complesso, a favore c’era stata solo una discreta trama di gioco di entrambe le squadre, contro una imprecisione che sarebbe stata accolta in Italia da insulti di ogni tipo.

Il gol con il quale la squadra di casa ha vinto la partita è arrivato su un disimpegno imbarazzante ingigantito dallo svarione del centrale difensivo.Sugli spalti intanto la gente seguiva il match con passione.

Ho potuto ammirare che sia il settore ospiti che la curva di casa erano senza seggiolini, pertanto il tifo era tranquillamente agevolato in quanto megafoni, bandiere, striscioni, impiantistica vocale, libertà di movimento, erano garantiti e resi possibile. 

Tanti ragazzi giovani presenti in quei settori; i prezzi di circa 10 euro a biglietto erano accessibili a tutti. Lo spettacolo pertanto non era tanto quello offerto in campo ma era rappresentato dall’atmosfera e dalla possibilità per tutti di poter seguire la squadra secondo le proprie esigenze.

Anche li’ come in altri stadi tedeschi i bar offrono tipici snack teutonici che vengono acquistati con una tessera ricaricabile. Per me, occasionale avventore non aveva senso ricaricare 20 euro minimo di tessera per spenderne massimo 6 euro (3 euro la birra e 3 euro un panino… confrontateli con i prezzi italiani e vi assicuro con una imbarazzante differenza di qualità), ma per un tifoso che frequenta lo stadio in maniera più assidua è comodo poter pagare così.

Alla fine tutti felici ed entusiasmo alle stelle per i tifosi di casa ma il divertimento si respirava già prima.La sera dopo Inter Udinese; una prestazione in campo qualitativamente pari a quella della partita in Germania, ma un contorno totalmente diverso.

Meno male che Abete, Malagò, Tosel, e ora pure Alfano, sono i nostri garanti per il rilancio del calcio italiano! Vi lascio con una chicca.Questa mattina leggo la gazzetta on line e in particolare l’articolo che parla di queste tematiche. Data riportata 7/4/2014. Senza fare troppa attenzione alla data ne leggo un altro correlato e suggerito dal sito, stesse parole, stessi temi, stesse dichiarazioni. Solo dopo un bel po’ leggo la data: 18/11/2013. A voi i commenti.

martedì 1 aprile 2014

OldStyle88

Vi avevo detto tempo fa che il mio tifo per l'Inter nasce dall'ammirazione per un giocatore: Lothar Matthaeus. Esempio per me di concretezza, determinazione, carattere, continuità, doti queste che mi ha sempre trasmesso fin da subito e che mi davano un senso di tranquillità nel vederlo giocare. Non che non avesse classe; ma il termine nel senso più funambolico, alla brasiliana diciamo, non erano nel suo repertorio e se provava la giocata non era mai fine a se stessa ma doveva essere funzionale.

Non vi ho mai detto quindi chi è stato da me il giocatore più odiato. Non ho mai puntato il dito contro quelli scarsi; che colpa ne avevano se erano scarsi e venivano ingaggiati su simpatie interne, suggerimenti di amici etc? Cra semmai colpa di chi li faceva giocare, non certo loro che accettavano di giocare nell'Inter.

Perciò se pensate a Gresko ad esempio, sbagliate di grosso. Non che io non gli abbia augurato una marea di cose poco carine quel 5-5-2002 ma il giocatore da me in assoluto più insultato e la cui prima posizione di questa particolare classifica è inattaccabile ancora per molto tempo è... Alvaro Recoba! L'opposto del buon Lothar.



Discontinuo, avulso, quasi di passaggio, deconcentrato, giocatore di una supponenza quasi fosse Maradona, come sapete in tanti anni di Inter viene considerato da Moratti il suo miglior acquisto. Quindi potete capire che i conti tornano sempre: un mentecatto considera come miglior acquisto strapagandolo uno che non gli ha mai fatto vincere nulla se non qualche sporadico colpo di quella classe che gli riconosco ma che causa mancanza di umiltà non è mai saltata fuori con continuità... salvo nella sua parentesi a Venezia.

Di contro, parlare di Matthaeus è molto facile, allora vi nominerò un altro giocatore che non resterà nella memoria per la sua fantasia ma che per me è stato esempio di umiltà e concretezza: Benoit Cauet. Non era dotato di chissà quali piedi, lo ricordiamo però per la sua corsa e per le sue qualità di grande incontrista, un recupera palloni che ha servito l'Inter senza fiatare ricoprendo tutti i ruoli del centrocampo e anche di esterno di difesa (sinistro soprattutto dato che per anni siamo rimasti senza).



Le sue giocate erano inesistenti perchè consapevole dei suoi limiti tecnici, una volta strappato il pallone dai piedi dell'avversario lo appoggiava semplicemente a qualche compagno con i piedi buoni (e in quella squadra oltre a Ronaldo c'era Moriero nella stagione migliore della sua carriera, Simeone, Djorkaeff) lasciando a lui l'incombenza di costruire.

Sapevamo tutti però che era una certezza, perchè la sua corsa e il suo cuore non erano messi minimamente in dubbio. L'opposto per ora di Guarin, e non è l'errore madornale a Livorno in sé a farmi imbestialire, perchè errare è umano. Ma perseverare è diabolico quando l'errore nasce dalla superficialità che farebbe irritare anche un santo. Il suo incapponirsi in azioni personali ben sapendo di avere solo fisico e potenza ma classe zero, come se la partita fosse una sua partita contro il mondo intero, mi ricorda proprio Recoba quando doveva dimostrare al suo capo quanto era bravo. 



Quando la sua prestazione individuale era più importante di quella della squadra. Oppure quando il Chino quasi disprezzava il colpo semplice ma utile e lo metteva in atto con supponenza e menefreghismo, tipo quei calci d'angolo battuti talmente male che anche il buon Scarpini si irritava e lo mandava platealmente a quel paese in telecronaca.

Ecco, Guarin mi riporta all'era del Chino, anche se sono sicuro che il suo persistere non gli consentirà di passare troppi anni all'Inter in villeggiatura stipendiata come accaduto precedentemente.Il cuore, l'umiltà, lo spirito di sacrificio, devono essere quelli di un Benoit Cauet. Torno a dire fino alla nausea che per vincere occorrono non solo i campioni ma anche chi con impegno e determinazione completa a dovere una formazione di guerrieri. 

giovedì 20 marzo 2014

OldStyle88

Riguardando a degli aneddoti del passato a cui ho assistito si trovano le risposte a quei tifosi, che a prescindere dai colori sostenuti, hanno preso la moda di scrivere lettere patetiche e ridicole a giornali o siti. Lettere che descrivono le loro disavventure, utilizzando come automi le solite considerazioni sui tifosi avversari: incivili, mele marce, delinquenti, etc etc. Non ultima è la l'esternazione di un tale “Matteo” che ho letto ieri, domenica 16/3 su un sito.

Ricordo infatti una mia collega (stra-juventina) ultraquarentenne che nel 2003 il giorno della finale contro il Milan inscenò un battibecco decisamente acceso sul posto di lavoro con un cliente milanista con qualche anno in più di lei. Dovettero intervenire altri colleghi nella discussione per stemperare gli animi. Ancora ho in mente il viso rosso fuoco della signora che si intonava perfettamente con il suo tailleur nero.

In quegli anni smettevo definitivamente di vedere le partite dell’Inter al bar. Troppi pericoli. Senza divisori si stava seduti vicini a personaggi alticci e senza peli sulla lingua. L’ultimo match a cui avevo assistito erano i primi 10 minuti di Juve-Inter (saltata causa influenza, una delle poche non viste allo stadio) e era impossibile resistere sebbene di fianco ci fossero nonni che al mattino trovavi al parco con i loro nipotini. 



Era questa la conferma di quanto ho assistito nell’estate del 1998, a Sarre, sede del ritiro estivo dell’Inter. Dopo la stagione della Uefa di Parigi e del  contemporaneo furto in campionato la partecipazione era alle stelle. Quindi gli allenamenti estivi venivano seguiti con grande partecipazione e presenza. 

Io quel giorno vidi qualcosa di inconcepibile. Una famiglia abbastanza giovane composta da mamma/papà/bambino (che avrà avuto sei anni) arrivò in tutta calma e serenità. Solo che il bambino indossava una maglietta di Del Piero.

Non erano stranieri, erano italianissimi, assolutamente capaci di intendere e di volere (giuridicamente, perché in effetti qualche dubbio sulle effettive capacità intellettive ce l’ho ancora oggi) che dopo cinque minuti furono costretti ad andarsene.

Questi tre aneddoti fanno pensare e le lettere di tifosi come quella sopracitata mi fa davvero ridere. Ora, le mie opinioni le sapete tutti e non vi sto ad annoiare ripetendo le solite cose. Vorrei però fare delle domande:

1- A chi si lamenta che in curva o nel settore ospiti trova il posto settore x fila y seggiolino z: ma se vedete la partita nel posto a fianco a quello segnato, vi crea scompensi psicologici così gravi da non poter dormire la notte??

2- A chi si lamenta che in curva si canta, o almeno si dovrebbe: in uno stadio esistono molti settori, per quale motivo si sceglie un posto in un settore già sapendo che non piace? E se siete nell’apposito settore ospiti in trasferta dovete assolutamente stracciare gli zebedei scrivendo anche al papa perché ci sono persone che vi invitano a tifare?

3- Hai la maglia dell’Inter, prendi un biglietto per la tribuna della squadra di casa, non ti può balenare per un secondo l’idea che forse sarebbe meglio andare senza colori sociali visto che il settore ospiti non ti piace? O pensi che ti tirino fiori al tuo arrivo? Specialmente se la squadra si identifica con la città e provincia non avendo sostenitori al di fuori?

4- Si parla di inciviltà e di mele marce che non accolgono lanciando petali di rose ai tifosi ospiti e quindi automaticamente sono dei delinquenti. Però se in un bar o in un ufficio pubblico si assiste a scene anche peggiori, come si pretende che in uno stadio non si verifichino?

I media cavalcano alla grande queste notizie attribuendo i soliti epiteti ai soliti tifosi scellerati, ma è davvero così strano pensare per una volta nella settimana di ragionare in modo meno semplicistico e più passionale?

martedì 18 marzo 2014

A tutti i papà nerazzurri

Dico la verità: la festa del papà era era la classica ricorrenza scontata, non dico fastidiosa. Però lo ammetto, in famiglia la metabolizzavamo come retorica pura. Mi vengono in mente i funambolismi di mia sorella sulla possibile sequenza cromatica delle cravatte da riservargli di volta in volta in dono: a righe orizzontali, a righe verticali, oblique, a pois, reggimental, fantasia e chi più ne ha più ne metta.

Mentre io in ordine sparso omaggiavo il mio genitore maschio di tutti i gadget dell’Inter possibili e immaginabili: la maglia, la sciarpa, la cuffia, il giubbotto, la tuta, il gagliardetto, l’accentino, le ciabatte, la tazza, l’orologio, il pigiama, l'asciugamano da spiaggia (e notare bene, non andava mai al mare).

Fatto sta che oggi nessuno regalerà niente a nessuno. Perché il mio papà non c’è più e francamente è strano e innaturale. Confesso non ci ero abituata e confesso sotto sotto non so nemmeno io se ho accettato fino in fondo quelllo che gli è capitato.  

 per la prima volta nella vita, avverto questa data con commozione e con dolore, come non mai,. E lo so per esempio, che gli avrebbe fatto specie la gente che di domenica affolla i centri commerciali. La gente che cammina sotto i neon delle luci artificiali. Come se non ci fosse niente di meglio al mondo. 

Quando fuori di lì il tempo è magnifico. Perché era nato libero per fare musica e stare all’aperto, in montagna, in piazza o allo stadio. E dubito avrebbe compreso il processo attuale di involuzione a livello di senso estetico.

Quello dominato dalla logica degli spazi chiusi e della socializzazione artefatta. Quello di autoconfinarsi tra acciaio e cemento. Dove sei costretto a definirti per quello che compri e non per quello che sei. Dove il cristallo delle vetrine è identico allo sguardo uniforme e acritico di chi le osserva. 

Con le famiglie si trascinano dietro anche i bambini in un luogo desolante e denso di negozi tutti ugualmente assimilabili e in quanto tali inquietanti. Bambini a cui peraltro rifilano di solito un cono gelato, più plastificato dei sacchetti della spesa.

Invece no, io ho presente ancora ora le passeggiate interminabili da Bormio a passo dello Stelvio, tutte a piedi sotto il sole dai raggi lancinanti, con un cielo azzurro pieno come può esserlo pieno di canditi il panettone a Natale. E ricordo quella sera a Monaco di Baviera, la cavalcata di Berti e il suo gol fantastico. 




E ho nostalgia di quando mi ha telefonato al Bernabeu di Madrid il 22 Maggio 2010 in presa diretta: “Hai visto? Ce l’hai fatta anche tu, a vedere l’Inter vincere la Coppa Campioni”. Peraltro lui era vecchio stile e quindi il massimo trofeo continentale era quello lì. Non certo la Champions del calcio moderno dei diritti televisivi e dei tifosi strumentalizzati come i gioppini dei teatrini di periferia.

Allora oggi ci penso, eccome se ci penso. E’ la festa di tutti i papà che come lui hanno fatto una vita intera al seguito di  una fede. E' la sua ricorrenza. Lo ammetto: mi manca tanto. Rimpiango i momenti in cui facevamo le formazioni e parlavamo della prossima partita e della prossima trasferta. 

Adesso mi piace pensarlo con la sua sciarpa al collo, quella indossata a Vienna, chissà dove con una faccia serena e soddisfatta. Mi piace pensarlo in un luogo indefinito dove comunque in qualche modo mi osserva e mi tutela dalle brutture con cui mi mi scontro e confronto a volte.

Si lo voglio visualizzare così, con i colori neroblu, con il nostro destino segnato da una squadra. In modo che tutto in questo mondo sia meno pesante e più accettabile. 

Sono convinta che quello che provo io, sia lo stesso per tutti quelli che come me, hanno o avevano un padre interista. Allora auguri a tutti loro. E da parte mia, ti voglio bene papà e Forza Inter. 

martedì 11 marzo 2014

Tradizione e suggestione


Quello che ti appartiene, ti resta dentro. Così una bella coreo stile anni '80 viene esposta domenica pomeriggio in occasione del compleanno di tutti gli interisti, cioè il 9 marzo. Lo spettacolo è uguale nei colori e nelle sensazioni a quello delle notti di Coppa. Quando a San Siro non c'era la copertura. Non esisteva nemmeno l'orrendo terzo anello e il manto erboso del campo era perfetto. 

Ricordo entravamo parecchio tempo prima della partita. Eppure l'attesa scorreva velocissima fino al fischio di inizio. Si accedeva all'interno dello stadio anche attraverso espedienti che adesso verrebbero giudicati poco ortodossi, ma che all'epoca destavano ammirazione e meraviglia. 




C'era chi correva dietro all'autoambulanza non appena si spalancava il cancellone per farla passare. Chi scavalcava la cinta in metallo in gruppo tenendosi per mano. Chi si arrampicava sulle rampe. Chi scavalcava di notte e si imboscava nei posti più impensabili. 

E siccome i soldi il più delle volte scarseggiavano si faceva la colletta tra amici per comprare anche solo una bottiglietta di acqua. Si divideva tutto tra di noi: birra, panini, sigaretta. E spesso ci facevano comodo anche le sporte di plastica da sistemarci ai piedi. Perché in caso di pioggia battente, non era il caso di stare ore e ore con i piedi zuppi.




Ora i tempi sono cambiati e non sono peggiori o migliori. Ma sono semplicemente differenti. E' l'epoca dei social, della play e della pay-tv. Dove il reale e il virtuale del tifo a volte si sovrappone, a volte si confonde. 

Però una cosa per fortuna è rimasta inalterata a dispetto del passaggio delle generazioni. E' l'entusiasmo di chi ogni volta sale i gradini interminabili per accedere al secondo verde. Alla fine la gioia nel lanciare un rotolo di carta igenica, o i ritagli di giornale è sempre la stessa. Si continua a fare casino con poco, a divertirsi e suppportare i colori in maniera semplice e spontanea.

E' stato un momento davvero toccante per me. Il simbolo di tutti quelli che sono stati e di tutti quelli che ora vanno in curva. Gli anni si susseguono, comunque la nostra indole romantica rimane integra. Del resto bisogna pur avere una passione nella vita e per questo andiamo avanti. 


p.s. Tosel evapora come preferisci: mettiti un sasso al collo, buttati da una rupe oppure gioca alla roulette russa... però vedi di sparire perché ci hai scartavetrato i maroni in maniera definitiva.




giovedì 6 marzo 2014

OldStyle88

Una foto del genere non avrebbe bisogno di molte spiegazioni, ma comunque delle considerazioni vanno fatte. Si tratta del campionato della Repubblica Ceca. La squadra è quella dei Bohemians 1905. Vedendo il canguro come simbolo, per un attimo avevo pensato fossimo in Australia e magari lo sport in questione non era il football ma il rugby.

Invece è calcio e l'immagine parla da sola. Un signore non vedente in compagnia del suo cane "assiste" alla partita della sua squadra. Ovviamente per modo di dire. Sentirà le urla, le grida, percepirà l'atmosfera, e visualizzerà l'azione a modo suo. 

Non conosco il suo nome. Non ho idea se questo suo handicap è un qualcosa di congenito o di più recente. Non so nemmeno il contorno e i "retroscena" di questo scatto.

Sicuramente mi piace pensare e intuire che la sua sia una storia fuori dal comune. Lui, tifoso dei suoi Bohemians, partecipa alle partite per sostenere la squadra anche se non la può vedere. O meglio, come dicevo prima, la osserverà a modo suo, con la forza della percezione che gli offrono gli altri sensi, compreso quello dell'immaginazione. 



E' la rappresentazione di una passione che oltrepassa anche ostacoli all'apparenza insormontabili, come quello di non poter osservare con i propri occhi i propri beniamini. Però il suo tifo vocale è importante tanto quanto quello degli altri tifosi. Non gli frega nulla del sedile in pelle o dei confort che uno stadio moderno può offrire. Gli basta forse una birra per dissetarsi tra un grido e l'altro, gli basta esserci.

Le maglie verdi (che spero abbia potuto ammirare in passato nel vero senso della parola) sono la fede e in quanto tali vanno sostenute, a prescindere dalla qualità del gioco offerto e dai risultati ottenuti. Non è importante niente altro a conferma che gli investimenti plurimilionari possono tranquillamente essere evitati. Mentre sarebbe meglio concentrare più sforzi riguardanti la passione della gente e sul divertimento spartano, senza troppi fronzoli.

Barbara Berlusconi, a una recente serata per la fondazione milan, aveva ripreso la storia che la magia del calcio si realizza ogni volta che un bambino prende a calci per strada una palla anche fatta di stracci. Bene, si realizza anche ogni volta che una persona considera questo sport e la sua squadra parte integrante della sua vita. 

Mentre Lega Calcio, Uefa, sceicchi arabi, mercanti, procuratori, sponsor, giocatori più improntati al divismo che alla lotta, repressione.... stanno provando a distruggere il concetto di sport. Ma non ci riusciranno mai, perché la vera passione della gente continuerà a mantenere integra la dimensione più genuina del calcio, quella del gioco. 

mercoledì 5 marzo 2014

La Voce (ringalluzzita) del Tifoso

Nemanja Vidic all'Inter ecco come lo valutano i tifosi:

Stefano Fabrizio: Miglior difensore della storia del Man Red. Inserito nella Top11 all time dei Red Devils. E' l'attuale capitano della squadra e uno dei calciatori più popolari in estremo oriente. Per il livello attuale campionato italiano è oro colato, o qualcuno pensa che sia peggio di Silvestre, Andreolli o Ranocchia?

Lyon: E' un difensore Top, come non se ne vedevano da anni. Spero solo sia integro fisicamente, se sarà così, in difesa abbiamo acquisito una Roccia! Uno rude!!! Con le palle!!! Come The Wall.

Gianluca G.: Ottimo leader e con attributi notevole, anche se sembra avviato verso il capolinea. Comunque credo che uno o due anni a alto livello in questa mediocre serie A possa farli tranquillamente. A patto che stia in piedi. Rolando-Vidic non mi sembra male come coppia di centrali titolai (poi se ne arriva un altro di alto livello, meglio ancora).

Salvatore: Vidic è un grande acquisto che darà il suo contributo sia in termini tecnici che di merchandising.

Gianluca B.: Io penso che abbia il triplo delle palle dei vari Zanetti, Cambiasso etc etc. E' il capitano dei Red Devils e senza di lui con l'Olympiakos di gol ne prendevano quattro. Il fatto che abbia scelto noi è il segno che ci siamo finalmente staccati dalla gestione Moratti.


poi dopo i tifosi, visto che siamo di buon umore, regaliamo i famigerati secondi di notorietà a quei pagliacci patentati di Eurosport Italia , alias i figli della merda...  a buon intenditor poche parole: 






giovedì 27 febbraio 2014

OldStyle88


A chi pensa che il calcio sia solo un business non piacerà di certo il romanticismo e le questioni di passione che muovono migliaia di persone a fare delle scelte e dei sacrifici per la squadra del cuore. Per scelte e sacrifici intendo non solo il viaggio disagiato di chi come me vuole esserci, ma anche chi per svariati motivi allo stadio non ci viene ma litiga con la famiglia e la ragazza, perché non vuole uscire preferendo la partita o salta anniversari e cerimonie di vario tipo sempre in funzione del match.

Premesso che nel mondo della rete bisogna prendere tutto con il beneficio d’inventario e sicuramente lo stesso vale per chi mi legge, mi incuriosisce leggere le prese di posizione di diverse persone che commentano articoli inerenti alla contestazione dei laziali domenica scorsa o poco più datata, la nostra contro lo scambio Guarin-Vucinic.

Oltre alle solite affermazioni di parte, mi salta all’occhio chi chiede di lasciare in pace le società di fare il loro mercato, di prendere le decisioni che ritengono più opportune, e che non bisogna interferire nei loro affari. Dobbiamo quindi tutti subire passivamente ogni scelta, e in modo molto ebete osservarla con sguardo perso applaudendo a prescindere come delle capre, mentre in mano ci hanno messo forzatamente un panino e magari abbiamo speso qualche soldino al negozio ufficiale perché quello conta.

Facendo un inciso, non posso certo trascurare i rapporti che ho per lavoro con persone di ogni età, classe sociale e provenienza. Durante queste conversazioni con rammarico prendiamo atto che tempo fa i rapporti umani e anche nel lavoro erano improntati da quella “umanità” che faceva sentire l’operaio meno “basso”, il padrone meno padrone, e si riusciva a essere più felici anche con poco.



Bastava andare allo stadio e stare in piedi, non si chiedeva come alcuni asseriscono il confort esagerato e il silenzio, ma l’aggregazione e il divertimento erano alla base di tutto e forse si era più tifosi, più partecipi. Come per esempio è accaduto a me a otto anni, consideravo i giocatori i miei migliori amici forse perché vedevi che Zenga, Bergomi, Ferri e Berti ci mettevano in campo l’anima e indipendentemente dai risultati non avresti mai potuto fare a meno di loro.

La sciarpa nerazzurra era parte integrante del mio abbigliamento a scuola sebbene mi rendo conto sia stato più facile portarla a otto anni, anche nelle stagioni tristi era assolutamente immutato il mio senso di appartenenza., rispetto a ora  che di anni ne ho trentadue.

Non che attualmente sia io mi senta meno tifoso, ma è questo concetto è mutato privilegiando sempre quei valori di un tempo e non considerando più nessun giocatore (e per nessuno intendo NESSUNO) un amico bensì un mero lavoratore.

Quindi, tornando a noi: c'è malinconia per i tempi che furono, quando questa identità era all’apice, e soprattutto nel sentirsi rappresentati dal proprio club. Il senso di sentirsi partecipi all'interno della propria azienda, e di tutte le altre situazioni che riguardano l'aggregazione, oggi ha lasciato purtroppo il posto al business e alla distruzione dei sentimenti in virtù della cinica logica del denaro.

Grazie al cielo che ci sono ancora persone che non accettano questo stato di impoverimento morale… e allora auspico che gli investitori provenienti da ogni parte del mondo capiscano che non servono poi troppi fondi per far realmente felici i tifosi... perché altrimenti vivremmo sempre di più in quel mondo virtuale, svuotato.

Ho la viva speranza che questo discorso non sia applicabile solo al calcio ma anche nella vita, magari insegnando ai propri figli che giocare con coetanei in cortile con un pallone e con porte improvvisate, è sicuramente più bello che misurarsi con i videogames della play.