martedì 18 marzo 2014

A tutti i papà nerazzurri

Dico la verità: la festa del papà era era la classica ricorrenza scontata, non dico fastidiosa. Però lo ammetto, in famiglia la metabolizzavamo come retorica pura. Mi vengono in mente i funambolismi di mia sorella sulla possibile sequenza cromatica delle cravatte da riservargli di volta in volta in dono: a righe orizzontali, a righe verticali, oblique, a pois, reggimental, fantasia e chi più ne ha più ne metta.

Mentre io in ordine sparso omaggiavo il mio genitore maschio di tutti i gadget dell’Inter possibili e immaginabili: la maglia, la sciarpa, la cuffia, il giubbotto, la tuta, il gagliardetto, l’accentino, le ciabatte, la tazza, l’orologio, il pigiama, l'asciugamano da spiaggia (e notare bene, non andava mai al mare).

Fatto sta che oggi nessuno regalerà niente a nessuno. Perché il mio papà non c’è più e francamente è strano e innaturale. Confesso non ci ero abituata e confesso sotto sotto non so nemmeno io se ho accettato fino in fondo quelllo che gli è capitato.  

 per la prima volta nella vita, avverto questa data con commozione e con dolore, come non mai,. E lo so per esempio, che gli avrebbe fatto specie la gente che di domenica affolla i centri commerciali. La gente che cammina sotto i neon delle luci artificiali. Come se non ci fosse niente di meglio al mondo. 

Quando fuori di lì il tempo è magnifico. Perché era nato libero per fare musica e stare all’aperto, in montagna, in piazza o allo stadio. E dubito avrebbe compreso il processo attuale di involuzione a livello di senso estetico.

Quello dominato dalla logica degli spazi chiusi e della socializzazione artefatta. Quello di autoconfinarsi tra acciaio e cemento. Dove sei costretto a definirti per quello che compri e non per quello che sei. Dove il cristallo delle vetrine è identico allo sguardo uniforme e acritico di chi le osserva. 

Con le famiglie si trascinano dietro anche i bambini in un luogo desolante e denso di negozi tutti ugualmente assimilabili e in quanto tali inquietanti. Bambini a cui peraltro rifilano di solito un cono gelato, più plastificato dei sacchetti della spesa.

Invece no, io ho presente ancora ora le passeggiate interminabili da Bormio a passo dello Stelvio, tutte a piedi sotto il sole dai raggi lancinanti, con un cielo azzurro pieno come può esserlo pieno di canditi il panettone a Natale. E ricordo quella sera a Monaco di Baviera, la cavalcata di Berti e il suo gol fantastico. 




E ho nostalgia di quando mi ha telefonato al Bernabeu di Madrid il 22 Maggio 2010 in presa diretta: “Hai visto? Ce l’hai fatta anche tu, a vedere l’Inter vincere la Coppa Campioni”. Peraltro lui era vecchio stile e quindi il massimo trofeo continentale era quello lì. Non certo la Champions del calcio moderno dei diritti televisivi e dei tifosi strumentalizzati come i gioppini dei teatrini di periferia.

Allora oggi ci penso, eccome se ci penso. E’ la festa di tutti i papà che come lui hanno fatto una vita intera al seguito di  una fede. E' la sua ricorrenza. Lo ammetto: mi manca tanto. Rimpiango i momenti in cui facevamo le formazioni e parlavamo della prossima partita e della prossima trasferta. 

Adesso mi piace pensarlo con la sua sciarpa al collo, quella indossata a Vienna, chissà dove con una faccia serena e soddisfatta. Mi piace pensarlo in un luogo indefinito dove comunque in qualche modo mi osserva e mi tutela dalle brutture con cui mi mi scontro e confronto a volte.

Si lo voglio visualizzare così, con i colori neroblu, con il nostro destino segnato da una squadra. In modo che tutto in questo mondo sia meno pesante e più accettabile. 

Sono convinta che quello che provo io, sia lo stesso per tutti quelli che come me, hanno o avevano un padre interista. Allora auguri a tutti loro. E da parte mia, ti voglio bene papà e Forza Inter.