Li chiamerò Paolo e Francesca in parte per onorare di Dante, ma soprattutto
perché li conosco bene. E così deve essere. Visto che non voglio raccontare di altri in prima persona. Tutte le volte che ci metto la faccia, ritengo preferibile sia la mia.
Però ammirare dei miei amici da dietro una vetrata palpitare
forte per la squadra e per quello che provano di questi tempi non è affatto
scontato. Dunque trovo giusto parlarne senza doverli esporre, perché la
discrezione è una qualità troppo spesso dimenticata a mio parere.
Riavvolgo il nastro dei fatti accaduti. E’ una banale sera di
gennaio. Si prevedeva una bufera di neve su Milano e invece piove a stento.
Comunque c’è parecchia umidità e diciamo che il clima ideale è di base differente da quello effettivo.
Sono i quarti di Coppa Italia tra Inter e Bologna. Detta in
due parole a livello agonistico le reti di Guarin e Palacio portano i nostri eroi sul doppio vantaggio fino a pochi minuti dal fischio finale. Sembrerebbe in
apparenza un match passato in cavalleria senza particolari ansie.
Purtroppo il destino cinico e baro con i gol di Diamanti e
Gabbiadini dei felsinei rovina una festa annunciata e ci tocca andare
all’over-time. I temuti e odiati trenta minuti in surplus si materializzano
d’incanto. Con il loro affiorare si prospetta oltretutto anche lo spettro dei rigori.
Cioè vita o morte oppure tutto o niente a seconda delle declinazioni di quello
che interpretiamo nella quotidianità.
Io sono lì concentrata, fomentata e incarognita a livello di stato d'animo. Mi trovo in compagnia dei miei fratelli da stadio storici. Di quelli che “oh cazzo a che ora ci troviamo per
partire” senza troppe balle per la mentalità e lo stile casual. Da ragazzi non la facevamo troppo lunga, avevamo le toppe al culo. Però prendevamo e partivamo al seguito per cantare e per tifare.
Ci piaceva lo stadio, follemente persi per il neroblu fin da piccoli.
Per noi quei colori erano una malattia.
E ora dopo tanti anni amiamo da morire che tutto questo in fondo sia rimasto
inalterato, nonostante sia trascorsa qualche generazione, a prescindere da quanto
di bello e di brutto possiamo aver vissuto a livello sportivo e nelle nostre personali esistenze.
Allora ricapitolando, chiusa la parentesi, sto assistendo con i soliti soci nerazzurri ai
supplementari. In quel frangente c’è chi impreca, chi si cristallizza e chi
invece in qualche modo protegge le sue emozioni da un lato e d’altro canto le
espande.
Parlo di lui e lei. Ovvero coloro che citavo all’inizio.
Cioè Paolo e Francesca: un uomo e una donna. Sembrano Jules e Jim di Truffaut.
Diversi e uguali tra tutti. Isolati e amalgamati alla folla al tempo stesso.
Non vivono vicino, anzi ore di viaggio in macchina li
separano in teoria. Tuttavia siccome le
sensazioni forti sono solite azzerare l’inosabile, figuriamoci se la distanza
vera o presunta può scalfire quello che li segna e li determina come un’unica
entità.
Dunque mentre la partita sta terminando si trovano al bar del
primo verde. Un vetro li separa da noi. Come se ci fosse un filtro tra la
nostra goliardia e quello che c’è di prezioso tra loro.
Quasi a voler preservare un trasporto ambivalente che li
caratterizza in quell’istante, vale a dire la pulsione del tifo per la squadra
e la tensione vibrante che reciprocamente si trasmettono e di cui si nutrono.
E’ poi Ranocchia a sistemare la pratica della partita. Noi
saltiamo e sventoliamo le nostre sciarpe. La semifinale di Coppa Italia sarà. Al
solito ci diamo delle gran pacche sulle spalle. Mentre loro schermati dal finestrone in plexiglass mi salutano sorridenti.
Sono dunque testimone privilegiata di un flash bellissimo dove risaltano in simultanea la
vittoria della squadra e l’emozione di una passione privata resistente a ogni interferenza. Allora nel momento in cui mi allontano dai gradoni dello stadio, penso che va tutto bene e
stasera finisce così.

