mercoledì 16 gennaio 2013

L’amore al tempo dei supplementari

Li chiamerò Paolo e Francesca in parte per onorare di Dante, ma soprattutto perché li conosco bene. E così deve essere. Visto che non voglio raccontare di altri in prima persona. Tutte le volte che ci metto la faccia, ritengo preferibile sia la mia.

Però ammirare dei miei amici da dietro una vetrata palpitare forte per la squadra e per quello che provano di questi tempi non è affatto scontato. Dunque trovo giusto parlarne senza doverli esporre, perché la discrezione è una qualità troppo spesso dimenticata  a mio parere.

Riavvolgo il nastro dei fatti accaduti. E’ una banale sera di gennaio. Si prevedeva una bufera di neve su Milano e invece piove a stento. Comunque c’è parecchia umidità e diciamo che il clima ideale è di base differente da quello effettivo.

Sono i quarti di Coppa Italia tra Inter e Bologna. Detta in due parole a livello agonistico le reti di Guarin e Palacio portano i nostri eroi sul doppio vantaggio fino a pochi minuti dal fischio finale. Sembrerebbe in apparenza un match passato in cavalleria senza particolari ansie.

Purtroppo il destino cinico e baro con i gol di Diamanti e Gabbiadini dei felsinei rovina una festa annunciata e ci tocca andare all’over-time. I temuti e odiati trenta minuti in surplus si materializzano d’incanto. Con il loro affiorare si prospetta oltretutto anche lo spettro dei rigori. Cioè vita o morte oppure tutto o niente a seconda delle declinazioni di quello che interpretiamo nella quotidianità.

Io sono lì concentrata, fomentata e incarognita a livello di stato d'animo. Mi trovo in compagnia dei miei fratelli da stadio storici. Di quelli che “oh cazzo a che ora ci troviamo per partire” senza troppe balle per la mentalità e lo stile casual. Da ragazzi  non la facevamo troppo lunga, avevamo le toppe al culo. Però prendevamo e partivamo al seguito per cantare e per tifare.

Ci piaceva lo stadio, follemente persi per il neroblu fin da piccoli. Per noi quei colori erano una malattia. E ora dopo tanti anni amiamo da morire che tutto questo in fondo sia rimasto inalterato, nonostante sia trascorsa qualche generazione, a prescindere da quanto di bello e di brutto possiamo aver vissuto a livello sportivo e nelle nostre personali esistenze. 






Allora ricapitolando, chiusa la parentesi, sto assistendo con i soliti soci nerazzurri ai supplementari. In quel frangente c’è chi impreca, chi si cristallizza e chi invece in qualche modo protegge le sue emozioni da un lato e d’altro canto le espande.

Parlo di lui e lei. Ovvero coloro che citavo all’inizio. Cioè Paolo e Francesca: un uomo e una donna. Sembrano Jules e Jim di Truffaut. Diversi e uguali tra tutti. Isolati e amalgamati alla folla al tempo stesso.

Non vivono vicino, anzi ore di viaggio in macchina li separano in teoria. Tuttavia siccome le sensazioni forti sono solite azzerare l’inosabile, figuriamoci se la distanza vera o presunta può scalfire quello che li segna e li determina come un’unica entità. 

Dunque mentre la partita sta terminando si trovano al bar del primo verde. Un vetro li separa da  noi. Come se ci fosse un filtro tra la nostra goliardia e quello che c’è di prezioso tra loro.

Quasi a voler preservare un trasporto ambivalente che li caratterizza in quell’istante, vale a dire la pulsione del tifo per la squadra e la tensione vibrante che reciprocamente si trasmettono e di cui si nutrono. 






E’ poi Ranocchia a sistemare la pratica della partita. Noi saltiamo e sventoliamo le nostre sciarpe. La semifinale di Coppa Italia sarà. Al solito ci diamo delle gran pacche sulle spalle. Mentre loro schermati dal finestrone in plexiglass mi salutano sorridenti. 

Sono dunque testimone privilegiata di un flash bellissimo dove risaltano in simultanea la vittoria della squadra e l’emozione di una passione privata resistente a ogni interferenza. Allora nel momento in cui mi allontano dai gradoni dello stadio, penso che va tutto bene e stasera finisce così.