Il tifoso, a detta dei sommi profeti del calcio italiano, è il male di tutto. Deve andare allo stadio ma non deve tifare perché disturba. Se non tifa non crea atmosfera e il calcio non ne guadagna di interesse. Se fischia non può, perché è un ingrato. Insomma, tiene in ostaggio le società.
Il discorso che in genere viene fatto per gli ultras è però in genere pertinente anche per tutta una serie di cose. Ciò che fa sorridere è che è vero. Del resto un noto business man americano sosteneva che: “il cliente è proprietario dell’azienda” perché se non compra ne determina il fallimento, o viceversa il successo. Molto molto semplice.
Quello che spesso però sfugge è il motivo per cui il tifoso spesso e volentieri negli ultimi tempi, fischia anche quando vince, è particolarmente critico, figuriamoci quando perde.
Ovviamente si sprecano i confronti con Germania e Inghilterra, ove è davvero raro assistere a una contestazione e a fine partita, anche dopo catastrofi sportive che in Italia sarebbero accolte con immaginabili conseguenze. A fine match si dà il cinque ai tifosi o si applaude anche quando è sancita una retrocessione.
Sono più civili? Più sportivi? Maggiormente intenditori di calcio tanto da capire perfettamente cosa è successo alla squadra? La mia risposta non è di certo la verità assoluta, ma credo ci vada molto vicino, per via delle mie sensazioni e di quelle di molti altri.
Ecco allora un momento di amarcord per spiegarmi meglio. Festa di Natale a Stoccarda 2006, con alcuni ultras di cui sono molto amico. Birra cibo e….giocatori che facevano i camerieri. Tra i quali c’era quel Mario Gomez ora militante nella Viola che serviva al nostro tavolo. Vero che a fine anno quella squadra vincerà la Bundesliga, ma anche in stagioni magre come quella appena conclusa il succo non cambia.
Tornando a noi, ecco cosa manca; la vicinanza tra squadra e tifosi. La gente molte volte fischia la sua intransigenza fischiando perché non è scema e vede che il calcio per molti giocatori è una fonte di guadagno secondaria. Ci sono le pagine dei giornali scandalistici, le pubblicità con macchine, schiume da barba, cibi, poi tavoli in discoteca, e poi se avanza tempo magari c’è anche il calcio.
Provare a vederli in vesti umane è pressochè impossibile, dato che affidano ai social network i racconti delle loro giornate, mentre a fine anno per due gol che fanno sono pronti a battere cassa e cambiare casacca senza essere più in grado di “divertirsi” proprio perché con le spalle coperte economicamente. Questa distanza, evidentemente mai percepita o percepita ma mai evidenziata, è secondo me la causa dell’inevitabile distacco.
Si fanno paragoni con squadre neo-retrocesse senza tenere in considerazione che in Inghilterra e in Germania non ci giocano solo i Rooney o i Robben (come del resto in Italia non ci sono solo i tevez e i Totti) ma pure giocatori più umili che evidentemente nel privato sono persone che stanno in mezzo alla gente e vivono da persone normali.
Nel precedente articolo esaltavo questa squadra di Manchester costituitasi per far si che certi valori del calcio non si perdessero in nome del business. Ci giocano ragazzi che si allenano di sera e lavorano di giorno... voi fischiereste gente così???